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TRAGEDIE FAMILIARI TRA CONTEMPORANEITÀ E MITO

Un ricorrente macabro archetipo

Le cause scatenanti che in un recente fatto di cronaca avrebbero portato Martina Patti ad uccidere la figlia di soli 5 anni e quelle che hanno indotto Medea, figura mitologica messa in scena da Euripide nel 431 a.C., all’assassinio dei propri figli sono straordinariamente convergenti.

Mai come in questa vicenda, con tutta la sua drammaticità, e come in altre del passato, il linguaggio mitico irrompe con forza per narrare e rappresentare tutte le fragilità del genere umano, le sue passioni, i suoi desideri distruttivi e travolgenti che, se non educati, trasformati e saggiamente diretti, possono degenerare in ossessioni incontrollabili e in folli gesti.

Da una prima ricostruzione dei fatti, le pulsioni inconsce che avrebbero portato la madre della piccola Elena a compiere il terribile omicidio sembra siano da ricercarsi nell’ossessione da lei covata per la relazione del padre della bimba con la nuova compagna, e la gelosia per l’affetto che la piccola iniziava a nutrire per lei. Similmente Medea, tradita ed abbandonata da Giasone, pianifica con astuzia e premeditazione la vendetta per il tradimento subito, uccidendo dapprima la novella sposa Glauce e poi i propri figli, sottraendoli così definitivamente a Giasone. Anche Medea, in preda alla gelosia, non tollera che i bimbi possano affezionarsi alla giovane principessa.

La follia omicida di cui queste due donne si sono rese protagoniste non si è evidentemente manifestata all’improvviso, bensì è stato l’esito di pensieri disturbanti, ossessivi, di sentimenti accecanti di gelosia, rancore, rabbia che hanno per lungo tempo intrattenuto e nutrito dentro di sé, a tal punto da venirne sopraffatte, perdendo così completamente ogni controllo sulle proprie azioni.

Nella Bhagavad- gita, testo sacro della tradizione indovedica, Krishna spiega quanto sia deleterio coltivare sentimenti distruttivi, quali bramosia e collera, da cui poi  scaturiscono gelosia, rancore, odio e vendetta, che si manifestano inevitabilmente come diretta conseguenza di desideri inappagati. Se non saggiamente gestiti e controllati, essi possono infatti acquisire una forza inconscia poderosa tale da influenzare la persona ed indurla a commettere azioni rovinose anche contro la propria volontà (Bhagavad-gita II, 62-63).

Come narra il mito di Medea, almeno per come lo ha rappresentato Euripide nella omonima tragedia, e come possiamo tristemente riscontrare in questo tragico fatto di cronaca, sono i desideri, le passioni, le false credenze che muovono l’agire umano e quando sono mal dirette e mal incanalate, le conseguenze che ne derivano possono essere devastanti. Vivere schiavi delle proprie frustrazioni e di sentimenti nocivi, induce a condurre una vita miserevole, carica di sofferenza e lontana da qualsiasi possibilità di evoluzione umana e spirituale.

La narrazione mitica diviene quindi un efficace strumento di rappresentazione della vita umana, come aspirazioni, delusioni, sconfitte e vittorie che si alternano nel corso del tempo. Il linguaggio veicolato dal mito, se valorizzato e riscoperto nella sua efficacia trasformativa dei contenuti mentali, consente di cogliere insegnamenti etici, morali e spirituali che sono situati ben oltre il paradigma spazio-temporale e che racchiudono in sé la potenzialità di penetrare ed indagare la sfera più profonda della nostra psiche, di accedere a memorie generalmente non accessibili al linguaggio logico-razionale.

Divenire davvero consapevoli degli effetti devastanti prodotti da azioni compiute sotto il dominio della vendetta, ci induce a riflettere su quanto sia urgente e prioritario imparare a trasformare le proprie cattive abitudini, bonificare ed armonizzare tutte le funzioni psichiche quali desideri, emozioni, sentimenti, pensieri, fino alle parole e alle azioni: solo elevandoci dalle passioni alle virtù e sviluppando una visione superiore, diretta cioè verso ciò che è benefico e di natura spirituale, è possibile preservarsi dalla sofferenza causata da pulsioni distruttive e degradanti, e aspirare ad accedere a dimensioni superiori di realtà umana e divina.

L’essere umano è potenzialmente dotato di una speciale qualità divina, il libero arbitrio, che si esprime con la volontà e la pratica delle virtù, attingendo alla quale può scegliere di spegnere il fuoco della vendetta che scaturisce da passioni malsane ed incontrollate, per sostituirlo con l’ardore dell’Amore.

L’esaltazione vendicativa di Medea rivolta contro il marito, la giovane principessa e il re di Corinto, almeno così come ci è stata tramandata da Euripide, si manifesta con passionale dirompente violenza che la induce ad uccidere i propri figli con calcolata freddezza, commettendo uno tra i più raccapriccianti delitti della storia. L’atroce infanticidio commesso da parte di una madre, un figlicidio, è un crimine così contro natura che sta agitando la mente umana da oltre due millenni, ma è anche un tristemente ricorrente macabro archetipo.

Anche nell’opera mahabharatiana è narrata la storia di una madre divina, Ganga Devi, che pure uccide i propri divini figli, gli otto Vasu, ma lo fa per loro esplicita accorata e ben motivata supplica, al fine di liberarsi da una non desiderata nascita umana. (1)

Dalla tenebrosa inquietudine di Medea, alla luminosa beatitudine di Ganga, possiamo leggere in filigrana il viaggio esistenziale del genere umano che, passando per tragedie e trionfi, aspira a quella pienezza dell’essere che potrà manifestarsi soltanto con la realizzazione spirituale.

Anche a noi, in qualche modo consapevoli dell’atroce rimorso che accompagnerà questa povera madre e dell’orrore vissuto dalla piccola Elena, sia di monito quanto sia urgente ritrovare la via della compassione e del perdono, che restituiscono agli esseri umani dignità, felicità e Amore.

Marco Ferrini

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(1) Mahabharata, Adi Parva - capp. 96-99

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