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ll benessere come stato naturale. Dalla sofferenza all’arte dell’equilibrio interiore

Una riflessione tra psicologia yoga, Bhagavad-gita e arte dell’agire consapevole.

L’arte dell’agire in equilibrio
Lo stato di benessere è lo stato naturale cui tutti nell’intimo aspirano, anche se poi, quando si dà ascolto alla sola mente razionale, si tende a giudicare “normali” o “inesorabili” la sofferenza, la malattia e altri mali che disseminano il cammino dell’esistenza umana.
Questi mali sono menomazioni che risultano per l’individuo insopportabili e inaccettabili, ma che nella maggior parte dei casi vengono considerati inevitabili. Questa contrapposizione tra il desiderio e il pensiero, tra il volere e lo sperimentare, determina una lacerazione interiore, una disarmonia grave che si ripercuote anche sul piano fisico.
Il conflitto invisibile
Il conflitto interiore tra le proprie aspirazioni più intime e la realtà contingente affatica e logora la persona, anche se quest’ultima generalmente soltanto in parte ne è cosciente. Il soggetto non ha infatti percezione di tutta l’energia che, a causa di conflittualità irrisolte, viene dispersa e dissipata a livello inconscio.
Sul piano superficiale la persona ne sperimenta i sintomi, ma non riesce a decifrarli pienamente: si sente stanca, spossata, insoddisfatta, incapace di attingere alle proprie risorse interiori e quindi anche nervosa, agitata, vittima di stress e ansia, senza riuscire a individuare quale sia la causa profonda del proprio malessere.
Il più delle volte l’individuo, non trovando adeguato sostegno, finisce per operare una rimozione, e le problematiche lasciate irrisolte acquisiscono uno spessore ancora maggiore. Lavorare su se stessi non è facile: indagarsi nel profondo richiede esperienza, competenza e soprattutto l’aiuto di una guida che accompagni nella ricerca e nell’esplorazione di sé.
Nella letteratura psicologica e spirituale indovedica viene tracciata una metodologia elaborata per l’analisi e il riequilibrio dei contenuti psichici e per una presa di consapevolezza della parte più profonda e autentica di sé, oltre gli strumenti “corpo” e “mente”. È la persona che deve diventare protagonista e creare essa stessa i presupposti per avviare il processo di guarigione, senza affidarsi passivamente all’intervento di altri.
L’arte dell’equilibrio
Nella società attuale sono in molti a lamentarsi per lo stress cui sono continuamente sottoposti. In una certa misura lo stress è quasi inevitabile, ed è persino positivo se saputo gestire come stimolo alla crescita e all’evoluzione. Diventa invece patologico quando sfocia in ansietà ed emozioni negative che, anziché stimolare il progresso, esauriscono le risorse energetiche dell’individuo.
La Bhagavadgita e altri testi indovedici insegnano la via dell’equilibrio in ogni azione e ambito dell’esistenza umana: nella vita relazionale e affettiva, nel lavoro, nella famiglia, nelle attività più semplici e quotidiane come il mangiare e il dormire.
La pratica dell’equilibrio tempra la mente, la rafforza, la educa, la sostiene e la rende capace di affrontare ogni evento con ponderatezza, con una visione che trascende la contingenza e mantiene saldo l’orientamento verso lo scopo e il senso profondo del nostro esistere.
Ritornare a se stessi
I problemi, in verità, non esistono se soltanto stiamo attenti a non crearceli. I problemi non sono determinati dalle cose o dalle situazioni oggettive: indipendentemente dalla loro natura, esse possono rivelarsi positive o negative a seconda di come vengono vissute.
La spiritualità non è qualcosa di astratto. È un viaggio di ritorno a noi stessi, per ritrovarci e imparare a pensare, ad agire, a vivere.
Da bambini apprendiamo come camminare, mangiare, articolare parole. Ma l’avventura non si ferma qui: vivere significa apprendere l’arte dell’agire, del parlare, del mangiare, del relazionarsi agli altri, per compiere ogni cosa con consapevolezza nitida e con il desiderio di fare il bene non solo a noi stessi, ma a tutti gli esseri. Questo diviene possibile quando la persona si ricollega in armonia con l’ordine divino, dharma, che regola e sostiene tutto ciò che esiste.
I Veda descrivono tre dimensioni dell’esistenza: adhibhautika, il livello degli elementi psicofisici; adhidaivika, il piano delle energie cosmiche; e adhyatmika, la dimensione spirituale che inerisce all’Atman, il sé individuale, e a Paramatman, il Sé cosmico, origine di tutto.
Lo scopo della vita è sviluppare armonicamente questi tre piani. Pensarli o viverli come separati genera conflittualità e sofferenza e non permette di conseguire una piena realizzazione personale.
La Bhagavadgita afferma che la mente del saggio è stabile come una fiamma al riparo dal vento, poiché continuamente ricondotta sotto il controllo del sé. Chi invece non esercita il dominio sulla mente viene scaraventato dai suoi flutti psichici come una pagliuzza tra le onde.
Questa, forse, è una delle più alte arti che l’essere umano possa apprendere: vivere nel mondo senza smarrire il proprio centro.

Marco Ferrini
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