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Albero attraversato dalle stagioni, con radici profonde e paesaggio luminoso, simbolo della vita che permane oltre le trasformazioni del corpo.

La morte riguarda la vita incarnata, non la vita in sé

La morte è un fenomeno che attiene alla vita incarnata, non alla vita in sé. Questa distinzione è indispensabile: una premessa che apre a un orizzonte di senso profondamente diverso rispetto alla concezione diffusa nella modernità occidentale.

La vita, nella sua essenza, non comincia con la nascita e non termina con la morte; è la vita incarnata ad avere un inizio e una fine. Nasciamo in un corpo, facciamo esperienze attraverso quel corpo e, a un certo punto, lo lasciamo. Nascita e morte, dunque, non attengono alla nostra identità più autentica: attengono all’incarnazione.

Questa prospettiva, propria della civiltà indovedica, modifica radicalmente il modo di comprendere il morire. Quando ci identifichiamo con il corpo, la morte appare come una distruzione totale, una dissoluzione che cancella la persona. Se invece guardiamo la vita dalla prospettiva dell’eternità, la morte assume tutt’altro significato: non è più la fine della vita, ma il termine di una particolare esperienza incarnata.

Il corpo cambia, l’identità permane

Nel corso dell’esistenza attraversiamo differenti stagioni: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, l’età adulta, la vecchiaia. Il corpo cambia innumerevoli volte, ma permane in noi il senso della nostra identità. Milioni di cellule nascono e muoiono continuamente; tuttavia, non percepiamo che siamo noi a morire. Il corpo si trasforma, ma permane colui che osserva quelle trasformazioni.

Il problema nasce quando confondiamo la nostra identità ontologica con ciò che temporaneamente ci riveste.

Riscoprire la natura spirituale dell’essere

Esiste un sé più profondo, che non coincide né con la massa corporea né con i contenuti della psiche. La tradizione indovedica definisce questa essenza spirituale atman. È questa matrice spirituale che dobbiamo riscoprire, perché soltanto attraverso la consapevolezza della nostra natura autentica possiamo comprendere davvero il fenomeno della morte.

Quanto più cresce la consapevolezza della nostra natura spirituale, tanto meno la morte viene percepita come un evento terrificante. Non perché venga negata la realtà del morire, ma perché comprendiamo che cosa muore e che cosa non muore.

Muore il corpo. Non muore l’essere. Il viaggio continua.

Le domande che trasformano la vita

La prima domanda, dunque, non dovrebbe essere: «Come posso evitare la morte?», perché la morte del corpo non è evitabile.

Le domande fondamentali sono altre:

Chi sono io?
Chi muore?
Che cosa muore?
Che cosa rimane?

Sono queste le domande che aprono una nuova prospettiva sulla vita e che possono trasformare profondamente il nostro modo di vivere, prima ancora del nostro modo di morire.

Marco Ferrini
Matsya Avatar Das

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